giovedì 19 maggio 2016

Meglio il barista sotto casa che il principe azzurro


Da quando sono nato a oggi credo di aver sentito circa 120, 130 volte le mie amiche pronunciare la frase: «Quanto vorrei incontrare un principe azzurro». Io gli presentavo tabaccai, idraulici, pompieri, barbieri, sceneggiatori, fotografi e le ragazze invece volevano per forza il principe azzurro. Ho sempre pensato che questo derivasse dal fatto che loro, un vero principe, di qualunque colore, fosse anche Eddie Murphy, non lo avessero mai incontrato. I principi azzurri, infatti, non sono meravigliosi come si crede: due linguiste americane, Carmen Fought e Karen Eisenhauer, si sono prese la briga di analizzarli in tutti i film della Disney, da Biancaneve a Mulan. Con una pazienza giobbica, hanno calcolato quanti minuti i principi parlino rispetto alle principesse. Quello che ne è emerso è che sono egocentrici, logorroici e maschilisti. La situazione non è migliorata nei decenni, anzi: se in Biancaneve e i sette nani (1937) gli uomini e le donne si dividevano le battute al 50%, in Aladdin (1992) il futuro principe parlava per il 90% del tempo, oscurando la principessa Jasmine. Alla Sirenetta - che pure doveva essere un modello di donna indipendente - non va meglio: Ariel diventa addirittura muta e fa totalizzare al principe Eric il 68% dei dialoghi. Ora, se tutte hanno la stessa voglia di chiacchierare delle donne che conosco io (tantissima), siamo sicuri che il principe azzurro sia l'uomo da sognare? Piuttosto: il mio migliore amico è single. Alto, spiritoso, sa ascoltare, legge molti libri, fa l'archeologo e soprattutto... l'azzurro gli fa schifo! Se interessate, scrivete alla redazione.
[Di Roberto Moliterni, nella rubrica Nella testa di lui su Donna Moderna n. 21 del 2016]

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